I Misteri della Cattedrale

Nuovi studi sulle famiglie piacentine tra X e XI secolo

Contributo di Stefano Degli Esposti - Cattedrale di Piacenza, 19 Aprile 2018

In occasione della mia tesi di dottorato discussa pochi mesi fa all’Università della Tuscia di Viterbo mi sono occupato di documentazione inedita piacentina di X e XI secolo. Il potenziale fornito infatti da questa documentazione è molto elevato. Piacenza conserva nei suoi archivi una mole di materiale per l’età altomedievale superiore a quello delle città limitrofe e, per vari motivi, i documenti a partire dal X secolo risultano ancora inediti (461 unità per il X secolo, 452 per l’XI).

In questo periodo il maggiore protagonista, produttore e conservatore di carte, è il vescovo, cui si aggiunge la basilica di Sant’Antonino e a partire dalla sua fondazione nel 1000 il monastero vescovile di S. Savino.

Rispetto a una mole considerevole di carte, i contratti privati che forniscono informazioni sulle famiglie piacentine, tuttavia, non sono particolarmente numerosi. Nell’XI secolo sono infatti riuscito a ritrovare informazioni sulle famiglie in poco più di 70 unità documentarie, di fatto solo il 15% delle carte. La documentazione crescerà a partire dall’età comunale quando le menzioni delle famiglie si moltiplicano.

Lo studio dei gruppi consortili si rivela differente da caso a caso. In alcune occasioni i membri delle famiglie compiono un negozio giuridico come una vendita o una donazione, in altri li troviamo nel seguito vassallatico di un vescovo in atti pubblici o testimoni in documenti privati.

Questo nostro intervento mira ad approfondire la presenza di famiglie prese a campione che mostrano caratteristiche differenti, una che ruota intorno al castello di Paderna e una intorno alla chiesa urbana di S. Maria di Gariverto. Si tratta di due famiglie profondamente diverse, la prima radicata in un territorio posto tra Parmense e Piacentino, di cui sembra controllare ampie porzioni, la seconda forte in città e con possedimenti sparsi in campagna e soprattutto nella valle del Trebbia al punto da potersi inserire nel tessuto urbano della città romana e costruire una chiesa giunta fino ai giorni nostri.

Nel primo caso si tratta di una famiglia che si estingue, nel secondo di una famiglia il cui nucleo si lega a una chiesa e di cui, successivamente, si perdono le tracce.

 

I da Paderna

I da Paderna sono un gruppo consortile che segue la legge franca da parte di un coniuge e quella longobarda da parte dell’altro e compare in sole 5 carte tra X e XI secolo, ma sufficienti ad annoverarli tra le famiglie più ricche e potenti del territorio. I loro beni come detto si concentrano tra le attuali province di Parma e Piacenza. Del gruppo consortile sappiamo poco: la famiglia prende il nome dal castello di Paderna, ne comune di Pontenure in cui è rogata un’importante vendita. Il castello cui dobbiamo pensare in quest’epoca non ha molto a che vedere con l’edificio attuale, ci riferiamo piuttosto ad un complesso di case sparse circondate da una palizzata o un muro, spesso di legno, un fossato e due chiesette una dedicata a Maria una a S. Pietro.

In questo periodo a differenza del secolo precedente raramente è segnalato il luogo di provenienza della famiglia. Quando c’è, si tratta di un indicatore di grande prestigio.

La prima menzione di un membro della famiglia è del 990 nel seguito vassallatico dell’arcivescovo Giovanni Filagato. Il nome di Gauselmo di Paterna ricompare più di vent’anni più tardi nel 1014 quando viene citato tra gli aristocratici piacentini al seguito del successore di Giovanni, il vescovo Sigefredo. Il documento è tra i più significativi di quelli conservati nella basilica di Sant’Antonino.

L’attrice principale del documento più interessante legato alla famiglia è Ildegarda figlia di Oddone, che nel 1028 con il consenso del marito Oddone vende circa 7.900.000 mq di terra di terre (1000 iugeri) al prete Pietro figlio di Pietro della chiesa di S. Pietro del castello di Paderna (Pontenure, PC) distribuiti in 100 villaggi, dieci dei quali incastellati, posti tra le valli di Parma e Nure, alcuni dei quali posti lungo il tracciato della via Francigena nella medio-alta valle del Taro.

Alla vendita doveva seguire il testamento dello stesso prete, secondo una prassi giuridica frequente in questo periodo e che successivamente porterà le terre al monastero di S. Savino.

Senza entrare eccessivamente nel tecnico, ci troviamo di fronte a un grande latifondista che aliena per denaro i suoi beni in piena proprietà e il cui patrimonio lo collocherebbe tra le più importanti famiglie aristocratiche del nord Italia.

Tra i testimoni del documento è presente il conte che probabilmente ha interessi fondiari concreti nonostante non emerga alcun rapporto vassallatico con il venditore. Già dalla prima vendita il monastero è coinvolto in quanto destinatario della seconda copia del documento.

Il legame parentale e il nucleo patrimoniale di beni nel parmense ci potrebbe far pensare all’unione in matrimonio tra un aristocratico piacentino e una nobile parmense che nel tentativo di espandere il loro potere a cavallo delle due province, porteranno a un arricchimento considerevole del monastero di S. Savino, come confermato da un atto pubblico di circa 20 anni più tardi.

Nel 1042 in punto di morte Oddone compie una donazione alla Cattedrale piacentina di ingenti quantità di terre (circa 2.370.000 mq) poste lungo la via Emilia e il fiume Po, segno che ci troviamo di fronte a un signore fondiario con un nucleo patrimoniale decisamente molto rilevante. Tale famiglia costituisce indubbiamente un unicum nel patrimonio documentario, ma mostra anche il limite oggettivo della documentazione che non è in grado di fornirci indizi relativi alla ricchezza fondiaria di alcune famiglie che non alienano il loro patrimonio fondiario e che a partire dal secolo successivo si radicano in città, fondano il Comune e danno luogo a fenomeni signorili nelle campagne. Anche in caso di donazioni e vendite, queste non comportano la cessione di grandi quantità di beni.

 

Gli eredi di Gariverto

Il nome di Gariverto cui è associata l’omonima chiesa nel centro della città romana si rinviene nelle nostre fonti a partire dalla fine del IX secolo. Canonico della Cattedrale, figlio di un medio proprietario terriero proveniente da Gossolengo, è presente nella documentazione a partire dall’886 circa 20 volte (è ricordato 12 volte nel IX secolo, 7 nel X secolo).

Le fonti ci consentono di seguirne la carriera fino alla fondazione della chiesa che da lui prende il nome. Tale fenomeno, tipico dell’altomedioevo italiano, ci porta a riflettere sul rapporto che il canonico aveva con il vescovo. Chi fondava una chiesa privata infatti poteva scegliere il clero officiante le funzioni a lui più favorevole e non imposto dal capo della diocesi. La presenza di tali edifici non è molto frequente nella documentazione, ancora meno la collocazione in un’area urbana, dove, di solito, il controllo del vescovo è molto forte. La fondazione di S. Maria, perciò, ci porta a domandarci se fosse veramente forte il potere di questo Gariverto o fosse quello vescovile al momento della fondazione ad essersi affievolito.

Nella carte che vedono il nostro Gariverto attivo non si fa cenno alla sua chiesa che, presumibilmente viene fondata intorno al 933 da Gariverto stesso e dal nipote Andrea vescovo di Tortona. Nel 934 Gariverto muore e il vescovo di Tortona compie una donazione alla chiesa appena fondata. Il fatto che il vescovo di una città limitrofa compia una donazione nel centro di Piacenza ci induce a pensare che avesse tentato senza successo di accedere alla cattedra di S. Giustina.

Circa una ventina di anni più tardi troviamo un prete di S. Maria di nome Martino che nel 949 lascia alla chiesa stessa tutto quello che possiede in alcuni villaggi. Pochi anni dopo il diacono Adelprando della Chiesa piacentina, figlio di Ariprando di Racle (fratello del precedente vescovo di Tortona) stabilisce che dopo la sua morte il patrimonio della chiesa di S. Maria di Gariverto con relativi libri e paramenti sacri e della vicina chiesa di S. Martino passi al nipote Alprando. Alla fine del X secolo vi è una contesa giudiziaria in cui viene riportato il testamento del vescovo Andrea di Racle, in precedenza un tassello mancante della nostra storia, ma che ci fornisce una traccia significativa della modalità di gestione della chiesa (i pasti in comune, le luminarie e la manutenzione), di alcuni aspetti liturgici (erano necessari almeno 4 sacerdoti sempre presenti per le elemosine e le orazioni), oltre a fornire indicazioni significative sul suo patrimonio.

Nel 1025 a Rivalta un prete di S. Maria acquista castelli e altri terreni, posti soprattutto nella valle del Trebbia che circa una decina di anni più tardi passeranno al monastero di S. Savino.

Abbiamo citato i toponimi di Gossolengo, da cui proviene il padre di Gariverto e di Racle, probabilmente Rallio nella valle del Trebbia. Vista la localizzazione del patrimonio della famiglia sembra pertanto verosimile considerare la sua provenienza rurale dalla valle del Trebbia. Il luogo in cui viene rogato l’ultimo documento riportato, Rivalta, è poco distante sia da Rallio che da Gossolengo. La continuazione delle indagini ci porterebbe a cercare rapporti tra la consorteria di Gariverto e quelle radicate nella valle del Trebbia, come i da Rivergaro.

Risulta indubbiamente necessario cercare di riempire il vuoto che separa l’ultima menzione della chiesa di Gariverto e la successiva a metà del XII secolo.

 

In conclusione è difficile fare un bilancio dei rapporti tra le nostre famiglie e le istituzioni cittadine. In questo caso restano poche relazioni tra vescovo e istituzioni vescovili, monasteri e Sant’Antonino e le nostre famiglie. Tali indizi per quanto labili, dunque, ci portano verso il territorio parmense per i da Paderna e nel cuore delle terre piacentine per gli eredi di Gariverto.

Se per i primi la loro estinzione contribuisce a farci riflettere sull’estensione dei loro possedimenti, per i secondi risulta molto più difficile averne un’idea concreta. In entrambi i casi assistiamo alla potentissima ascesa del monastero di S. Savino che, fondato intorno al 1000, si configura come un importantissimo collettore di beni rurali.