I Misteri della Cattedrale

Cenni di prosopografia medievale

Contributo di Gian Paolo Bulla - Cattedrale di Piacenza, 19 Aprile 2018

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Le famiglie consolari nel primo secolo del comune piacentino

Molti anni fa effettuai una ricerca di natura politico-istituzionale sul ceto dirigente del primo Comune piacentino: mi stuzzicava soffermarmi sulle origini del primo ordinamento comunitativo e, mi piaceva l’idea di contribuire alla conoscenza degli uomini che l'avevano instaurato. I miei studi sono un po’ datati e mi scuso sin d’ora se non sono adeguatamente aggiornati alla luce delle più recenti ricerche ed acquisizioni sia documentarie sia storiografiche [1]. Purtroppo le incombenze di ordine burocratico mi hanno distolto da essi. Tuttavia penso che l’impianto sia della tesi di laurea sia del lungo saggio che un po’ enfaticamente si prefiggeva di redigere una Novella Chronica Rectorum Civitatis Placentiæ [2] regga ancora. La tabella apparsa sulla Nuova Rivista Storica dell’editrice Dante Alighieri costituisce propriamente un elenco dei rettori (consoli) tratti da fonti originali o da cronache edite. Per confezionarla occorreva trovare nuove occorrenze e poi collazionare le informazioni già conosciute: l’occasione scaturì dai numerosi inediti del Diplomatico di S. Antonino. Con l’aiuto di Piero Castignoli potei accedere al ricchissimo Archivio Capitolare, al riordinamento e alle trascrizioni che egli stava compiendo assieme a Maria Raffaella Poggioli. Da lì nacque l’interesse per un argomento affrontato solo in parte, il rapporto fra il Comune di Piacenza e la basilica (per alcuni allora ancora antica cattedrale) dei SS. Antonino e Vittore nel XII secolo. Delle circa 550 pergamene di questo secolo ben 375 facevano al caso mio in quanto contenevano informazioni riguardanti figure e ruoli istituzionali, istituti giuridici ed economici, note topografiche, ecc. Oltre al rilievo patrimoniale, sociale, economico dell'antica fondazione emergeva la composizione della categoria dirigente comunale. Infatti lo stesso Castignoli poteva affermare che "il capitolo e la chiesa di Sant'Antonino si fanno levatrici di questa nascita» [3] e che il diplomatico della basilica dei SS. Antonino e Vittore si presenta come "un'indispensabile premessa dei libri iurium del Comune" e "l'archivio capitolare di Sant'Antonino è ... per gran parte l'armarium degli atti del primo comune piacentino" [4].

Vediamo nel dettaglio l’impianto della tabella. Per l'elenco dei rettori, ho riportato le menzioni delle fonti: la Chronica dal 1130 al 1280 edita dal Muratori, uno dei manoscritti che la contiene, il Chronicon attribuito a Giovanni Mussi, il Diplomatico dell'Archivio di Stato di Pavia, il Registrum Magnum, il Diplomatico di S. Antonino [5]. Per comodità ho distinto i nominativi, portati in italiano, in nome, cognome o nome apposto e ceppo, cercando così di riconoscere famiglie o associazioni familiari. Non si intendono ancora i cognomi alla moderna, come epiteto sempre trasmissibile, ma solo come strumentale e temporanea apposizione onde riconoscere meglio il console più che illustrarne il pregio dei natali, in ciò dissentendo parzialmente dall'impostazione di J. Heers secondo il quale nel Medioevo "il nobile non fa riferimento alla sua potenza, né al suo patrimonio e neppure al mestiere delle armi, ma ai suoi antenati. Quel che conta è l'ascendenza ad un vasto clan i cui antenati sono ben conosciuti e onorati" [6]. La voce ceppo denota la costituzione di una famiglia consolare da una origine quasi certa, in qualche modo una prosapia; il ceppo è la stirpe a cui, sicuramente o presumibilmente, il rettore, anche al di là del suo cognome, appartiene. L’elenco comprende la menzione di 420 rettori negli ottant'anni dal 1126 al 1205, oggi sono almeno 421 poiché in un atto del Diplomatico degli Ospizi Civili dell’Archivio di Stato di Piacenza  (1158 dic. 4) si ritrovano Rangone da Campremoldo (non riscontrato finora in quel determinato anno) e Fulgoso che nella Cronaca muratoriana è nominato Fulgoxius Bergognonus. Ovviamente l’elenco può presentare lacune (la compagine annuale ad es. varia molto) ma anche ridondanze e ripetizioni per possibili inesattezze nella contabilità degli anni.

La ricerca mirava a fornire un quadro dell'influenza dell'antico tempio e soprattutto della cerchia, vassallatica e lobbistica, che intorno vi gravitava, fino a verificarne l'eventuale preponderanza nell'organizzazione del Comune. Non solo, grazie al numero ragguardevole di documenti che coinvolgono i personaggi più in vista, come attori o testi, e al raffronto con le altri fonti edite, primo il Registrum Magnum, risulta possibile avere un quadro abbastanza ampio della composizione dei vertici istituzionali nel secolo decimosecondo. Seppur scontando qualche incertezza o imprecisione, a differenza dei secoli precedenti si possono ricostruire genealogie abbastanza salde. In questo frangente verrò forse meno al titolo del mio intervento poiché, per ragioni di tempo non intendo snocciolare alberi genealogici o discettare di singole famiglie e consorzi familiari, piuttosto affronterò brevemente certe caratteristiche dell’élite consolare ed esporrò i risultati ottenuti con la revisione della Chronica dei rettori.

Quale aristocrazia: i milites

Ormai pare assodato che non ci fu un vero e proprio distacco dalla cerchia vassallatica del vescovo, dominatore della scena nel secolo undecimo. Egli poté definirsi vescovo – conte poiché esautorò in parte il potere e l’autorità del conte palatino: l’XI secolo a Piacenza è caratterizzato dalle personalità di Sigefredo e di Dionigi, prelati senz’altro fedeli all’imperatore fino all’ascesa di Aldo vicino invece al cluniacense Urbano II, il papa della prima Crociata. Accanto all’affermazione di vescovi e arcivescovi nelle varie città lombarde e del centro Italia si assiste, di pari passo, a un progressivo ridimensionamento, o meglio frammentazione, delle grandi dinastie marchionali e comitali. Dato certo è che col crescere delle autonomie locali appoggiate ai centri ecclesiastici si consolidano aristocrazie, di antico o più recente successo, più locali e localizzate nonché distribuite in tutte le principali vicinanze. Si potrebbero definire aristocrazie delle città. Si tratta sicuramente di un’aristocrazia del censo ma di provenienza varia: signorile (detiene da tempo o li ha conseguiti di recente benefici laici ma soprattutto ecclesiastici come pares curie), fondiaria (con solide basi economiche nel contado), professionale (giudici, avvocati, notai, visdomini). E’ difficile etichettarla se non con definizioni abbastanza vaghe: le stesse definizioni di capitanei, di maiores e poi di milites in pieno dodicesimo secolo si attagliano a una schiera sempre più larga di protagonisti del governo comunale. Milites ad es. connota un partecipazione alla difesa della città che non era più appannaggio solo delle famiglie signorili e di legge germanica (de Cario, Fontana, Visconti, ecc.). Il termine capitanei, con relativa cognomizzazione in Cattanei, non è invece frequente: fino al XII secolo designa probabilmente personaggi, domini, di alto rango mentre successivamente diviene un’espressione di vertice specifica (capitano del popolo, dei mercanti, ecc.). Un grande studioso come Jean Claude Maire Vigueur [7], basandosi su Pierre Racine, afferma che alla fine del sec. XII la popolazione di Piacenza consisteva in circa 15.000 persone di cui il 10-15 % era costituito da milites intesi come componente aristocratica (armata) nelle sue varie declinazioni.

I professionisti

A Piacenza, come è stato osservato per Lucca da Hans Martin Schwarzmaier, i giurisperiti, iudices, advocati e notarii, sono alla base della coniuratio e delle prime mosse del Comune, perché prima che funzionari vescovili — lo sono spesso — emanano dal potere centrale e comunque ne conservano memoria ed impronta. Essi sono tra i più ferventi sostenitori, nonostante qualche titubanza in occasione dell'aperto scontro con Federico, del governo municipale sganciato dall'episcopio e sentito in diretta relazione, senza intermediarî, col potere universale del Regnum, pur se di un regnum senza re e con imperatori da tenere il più lontano possibile. E grazie a loro, con l'affermazione della compagine laica nella civitas si afferma anche il diritto, come dimostra la legislazione — di cui v'è qualche traccia anche nelle membrane del borgo — che Piacenza sembra già possedere negli anni Quaranta del secolo. I magistrati vescovili o curiali  possono essere reputati come il primo nucleo dell'oligarchia a base cittadina: visconti, visdomini, vessilliferi ovvero gonfalonieri, avvocati; vere e proprie stirpi gentilizie trapiantate nel Comune, esse forniscono esempi, tra i più datati, di cognome.

 

Ceto mercantile: mercanti e cambiavalute

Nel primo secolo comunale l’ascesa di persone assai doviziose – grazie soprattutto ai traffici e al credito – si attua a partire da schiatte già autorevoli senza contrassegnare un vero e proprio ceto a sé stante. Poi, progressivamente si verifica l’ampliamento della platea a homines novi, eredi forse del movimento riformatore e patarinico dei populares della fine del secolo XI. Insomma, probabilmente nel XII secolo non avviene qualcosa che assomigli a un ricambio del ceto eminente, come prospettato da Racine,  bensì si verifica una sorta di irraggiamento dei gruppi familiari preminenti - rilevabile anche in una preoccupazione genealogica prima non documentabile (Figli di Agado, di Aginone, di Ermizzone, ecc.) - attraverso ramificazioni non sempre chiare ma molto probabili che si traducono in una condirezione, in un accordo giurato, il commune.

 

Famiglie, nomi e cognomi

Nel corso dell'XI secolo, anche per la relativa scarsezza di documenti, sono poche le attestazioni di cognomi nel Piacentino, riferiti per lo più ai luoghi di insediamento (da Fontana, da Cario o Chero) o a precipue funzioni (Visconti, Vicedomini); il Campi stesso afferma, in una lunga disamina nella sua Storia ecclesiastica, che fino al Mille e anche oltre non compaiono cognomi, spiegando ciò colla malaugurata soggezione agli usi e al diritto germanici. La novità saliente, ravvisata anche da Racine, che determina la loro comparsa e moltiplicazione è la crescente abitudine a contrassegnare la discendenza da un capostipite (secondo un costume che diverrà di per sé aristocratico) e ad indicare con precisione le varie ramificazioni [8]. Ma non c’è solo questo, il processo di cognomizzazione è vario e se in passato si era stati tentati di liquidare il proliferare dei cognomi come un segnale, dal punto di vista sociale, antinobiliare, ora ci si limita a riconoscere un indebolimento, verificatosi in genere dal secolo XII in Italia, della "memoria genealogica" [9] che sta alla base della coscienza militare. Ciò non significa il ripudio della genealogia come motivo di distinzione, ma l'accorciamento della sua memoria secondo un processo causato, più che altro, da mutate situazioni politiche e dall'incremento dei tassi di natalità. In sostanza l’affermazione dei cognomi, che identificano persone, appartenenze e parentele, denota senza dubbio un ampliamento della base di potere: non si dimentichi che nel Comune medievale c’erano i consoli ma anche credentia, conscilium e la concio civium! Insomma, per quanto riguarda Piacenza, in aggiunta al Registrum gli atti del capitolo di S. Antonino  dimostrano nel secolo XII un apprezzabile rimando al nome paterno, ma in misura inversamente proporzionale alla piena affermazione del cognome distintivo, di qualsiasi tipologia — topografica, patronimica, da ufficio, da epiteto — si tratti. Certamente l'annotazione della filiazione non è nuovo appannaggio dei ceti minori, ma direi viene effettuata indistintamente, con la precisa intenzione di identificare meglio la persona.

Carlo Emanuele Manfredi aveva già operato una parziale analisi statistica — che sulla base della qui unita lista consolare revisionata potrà essere completata — su una quarantina di cognomi della Chronica muratoriana fino al 1280 ed aveva riscontrato una prevalenza (al 50%) dell'uso dei soprannomi su quello dei toponimi (25%), dei nomi personali (15%), delle attività e dei patronimici (10%) [10]. Ma a un esame più circostanziato e comunque diverso le proporzioni paiono cambiare. Ora, analizzando le 420 (o 421) citazioni dei rettori dal 1126 al 1205 in allegato, togliendo i podestà forestieri e i singoli nomi, si concentrano, pur con le cautele dianzi accennate, 73 cognomi, o meglio nomi apposti, diversi. I nomi personali solitari sono davvero pochi: solo undici per diciassette occorrenze; ciò potrebbe denotare una precisa intenzione identificativa da parte dei notai per evitare omonimie, una intenzione forse più sentita dai professionisti della documentazione che non dagli attori e testi o dagli organismi municipali.

Ho cercato, con qualche ovvia approssimazione, di verificare la particolare natura dei cognomi ed ho ottenuto queste percentuali: n. 20 patronimici (Figli di Ermizzone, di Aginone, ecc.). n. 24 soprannomi; n. 22 toponimici; n. 7 evidenti definizioni di attività o di carica[11]. Certo, in alcuni casi un'attribuzione può suscitare dubbi, ad esempio non è sempre possibile separare nettamente la qualità topografica di una parola dal suo uso evocativo in chiave di soprannome. Il gruppo più cospicuo, quello dei soprannomi, poi si ingrosserebbe ulteriormente (così fece Manfredi) se si contassero quei patronimici uscenti non da nomi personali ma da altri epiteti. Il numero dei patronimici è anch'esso notevole, ma già alla fine del secolo XII tende a diradarsi. Per Heers l'adozione dei nomi familiari al plurale è riservata a vere e proprie casate spesso di antico insediamento, e solo in Italia l'uso del nome paterno contrassegnerebbe un rango sociale elevato [12].

Infine, sottopongo all’attenzione la composizione del Consiglio generale di Piacenza alla fine del Seicento, imperniato sulle 4 squadre che dal governo visconteo del secolo XIV occuparono l’Anzianato e si ripartirono le cariche delle congregazioni e degli uffici che da esso dipendevano. Una di queste è quella dei da Fontana che in meno di sessant’anni (1147-1205) è presente ben 17 volte al consolato. Anche la schiatta dei Landi o Dell’Andito è ben attestata fra i consoli del primo secolo comunale, diversamente dagli Scotti e dagli Anguissola. Eppure i rappresentanti di queste due famiglie non sono assenti da quell’agone politico, a cui parteciperanno a pieno titolo nel secolo successivo, forti del loro successo commerciale e patrimoniale. Uno Scotus è console dei mercanti nel 1184 e un Anguissola, che secondo il Campi deriverebbero dai Sordi, è homo de credentia negli anni Settanta



[1] Ad es. quella di Edoardo Bavagnoli che per le sue Osservazioni sulle maggiori famiglie consolari del XII secolo ha consultato anche il Diplomatico della Cattedrale e dell’Archivio di Stato di Parma.

[2] G.P. Bulla, Famiglie dirigenti nella Piacenza del XII secolo alla luce delle pergamene di S. Antonino. Per una , 1126-1205, in "Nuova Rivista Storica", LXXIX, 1995, 3, pp. 505-586.

[3] Castignoli. "Nell'archivio di S. Antonino tutta Piacenza medievale", Libertà, Piacenza, 14 dicembre 1992.

[4] Ivi. Non si può dimenticare nemmeno che il vituperato podestà germanico Arnaldo, al momento di spogliare S. Antonino, sottrasse per il cronista anche il "Registrum Communis Placentiæ cum multis Privilegiis”, in De Mussis, Iohannes. "Chronicon Placentinum ab anno CCXXII usque ad annum MCCCCII", Rerum Italicarum Scriptores, col. 454. E poi infatti si diede forma al Registrum Magnum che conosciamo oggi.

[5] a) Chronica Rectorum Civitatis Placentiæ, videlicet Consulum, & Potestatum ad Anno Christi MCXXX citra, in «Rerum Italicarum Scriptores ab anno æræ christianæ quingentesimo ad millesimum quingentesimum», Milano 1723-1751, t. 16, coll. 611- 618. Nell'apparato di questo studio viene abbreviata in: CR. b) Biblioteca Estense di Modena, Manuscriptus latinus 45, che viene abbreviato : ML 45. c) I. De Mussis, Chronicon Placentinum ab anno CCXXII usque ad annum MCCCCII, in «Rerum Italicarum Scriptores», cit., coll. 447- 560, in tabella indicato: CP. d) Precisamente l'Archivio  Stato di Pavia, Fondo di S. Salvatore, Pergamene, n. 4, siglato in tabella genericamente: ASPv. e) Il Registrum Magnum del Comune di Piacenza, a cura di E. Falconi e R. Peveri, vol. 1 (doc. 1-273), Milano 1984 e Il Registrum Magnum del Comune di Piacenza, a cura di E. Falconi e R. Peveri, vol. 2 (doc. 274-647), Milano 1984. Li ho entrambi siglati in RM seguito dal numero del documento nell'edizione. Il RM è stato scritto nei sec. XIII-1452, con docc. in copia dal 673. f) Archivio capitolare di Sant' Antonino, Diplomatico, Atti privati e Archivio capitolare di Sant' Antonino, Diplomatico, Atti pubblici. Si abbrevia in ACSA, Dapr o Dapu, a cui segue il numero progressivo.

[6] J. Heers, Il clan familiare nel Medioevo. Studi sulle strutture politiche e sociali degli ambienti urbani, Napoli, Liguori, 1976.

[7] J.C. Maire Vigueur, Cavalieri e cittadini. Guerra, conflitti e società nell'Italia comunale, Bologna, Il Mulino, 2004.

[8] Sono queste le principali caratteristiche relative alla comparsa del cognome nel secolo XII ravvisate anche da Racine. Vedi P. Racine, Il comune aristocratico, in Storia di Piacenza, vol. 2 [Dal vescovo conte alla Signoria (996-1313)], Piacenza 1984, pp. 109-124, in part. pp. 113-114.

[9] Come fa M. Del Treppo, in Del Treppo, Nobiltà dalla memoria lunga, cit.

[10] Vedi C. E. Manfredi; G. di Gropello, La nobiltà in Piacenza, in Le antiche famiglie di Piacenza e i loro stemmi, Piacenza 1979, pp. 7-85, alla p. 65.

[11] Bulla, Famiglie dirigenti, Allegato n. 3: Novella Chronica Rectorum Civitatis Placentiæ  (1126-1205). Indice natura cognomi/nomi apposti, p. 65.

[12] Heers, Il clan familiare, cit., pp. 79-80.