Storia e storie dell'Ospedale militare di Piacenza (1869-1997)

Relazione di Eugenio Gentile

L’Ospedale Militare di Piacenza durante e dopo la Grande Guerra

Presentazione in formato PDF 49.500 MbEugenio Gentile

( Diapositiva n. 1 )

La I Guerra Mondiale inaugurò, nella storia militare,  il coinvolgimento diretto e pressoché totale di tutte le risorse umane e materiali delle nazioni che si fronteggiavano, diversamente dal passato, quando la guerra era per lo più una questione fra eserciti. 

In Italia, dopo due anni di guerra concepita in modo ottocentesco, cioè come confronto fra eserciti, iniziò un nuovo corso, accelerato dal dramma della disfatta di Caporetto nell’ottobre 1917. Che le cose non sarebbero state facili per noi si poteva immaginare fin dall’inizio, non tanto per la preparazione militare, argomento da sviluppare in altra sede, ma perché l’Italia della base,  della maggioranza dei cittadini, sui quali il peso del conflitto avrebbe gravato maggiormente, probabilmente non era  abbastanza motivata. la condizione dei soldati: era piuttosto pesante perché il soldato era semplicemente un numero, Dopo la disfatta di Caporetto,  Armando Diaz succeduto a Luigi Cadorna mutò radicalmente il modo di condurre le operazioni e nello stesso tempo migliorò il trattamento dei soldati, che finalmente  si sentirono  protagonisti di quella guerra sanguinosissima

( le stime parlano di 680000 morti fra i militari ed 80000 fra la popolazione ).  Anche il Paese si sentì più coinvolto e partecipò  con più convinzione allo sforzo bellico, per superare il  momento critico, scacciare l’invasore e raggiungere la vittoria.

Al di sopra di tutte le vicende belliche, la Sanità Militare  operò senza risparmio di energie, a costo di moltissime vite di medici, sanitari, suore , volontari di tante organizzazioni. La Sanità Militare con non solo il Corpo militare, ma anche tutte le altre organizzazioni umanitarie pubbliche e private, alcune sorte proprio durante la guerra, si prodigarono a favore dei militari feriti e dei  profughi dalle regioni  del fronte.

Situata al centro della pianura padana, abbastanza lontana dal  rombo dei cannoni, dal crepitio delle mitragliatrici, dalle venefiche esalazioni degli aggressivi chimici, Piacenza si dedicò, letteralmente, alla cura ed all’assistenza dei militari feriti, inclusi i prigionieri nemici ( applicazione della 1^ Convenzione di Ginevra, del 1864 ) ed i civili rimasti senza capo famiglia e perciò senza più sostentamento. Bisognava assistere i tanti profughi, privi di ogni cosa e  sballottati in tutti i luoghi d’Italia dopo aver forzatamente abbandonare i luoghi d’origine, che transitavano o venivano stabiliti a Piacenza.

Proprio per la sua posizione strategica nel più generale scacchiere operativo, Piacenza costituiva una importante base logistica non solo per il rifornimento dei  materiali più vari, dalle munizioni alle armi ed artiglierie prodotte e riparate negli stabilimenti militari ( con manodopera in gran parte femminile ), ma  anche per quanto concerne l’assistenza sanitaria. Ed a Piacenza fu messa in piedi dall’Esercito una organizzazione  sanitaria  molto efficiente ed efficace.

Se, come è noto, la Sanità, anche quella militare si collocava e si colloca ancora oggi al di sopra degli schieramenti, questo lo si deve al retaggio storico  che caratterizza il glorioso Corpo della Sanità militare. Nel 1831 il Re Carlo Alberto creò un moderno Corpo Sanitario Militare ed il promotore e fondatore, Alessandro Riberi, istituì ospedali militari di altissimo livello non trascurando la ricerca scientifica. Per la prima volta in uno stato, l’organizzazione sanitaria militare prevedeva  la realizzazione capillare sul territorio, di ospedali ed infermerie  a tutti i livelli ordinativi. Vennnero fondate rispettivamente successivamente gli enti di formazione del personale a tutti i livelli, a riprova dell’importanza attribuita a questo delicato settore militare.   

Le esperienze belliche risorgimentali furono un grande banco di prova ( Diapositive n. 2 e 3 ) nello stesso periodo avvenne anche la nascita della Croce Rossa nel giugno del 1864.

 

E veniamo alla I Guerra Mondiale, alla quale l’Italia si affacciò con un Servizio Sanitario Militare ben definito ed organizzato, ma il 24 maggio 1915 l’Esercito disponeva soltanto di 770 Ufficiali medici, per cui si provvide  subito a reclutarne da quelli civili in obbligo di leva dalla classe 1870  fino a quella del 1876. Nel 1916 sui vari fronti i posti letto erano complessivamente 259570 per la truppa e 8874 per gli ufficiali. Nel biennio 1917 – 18 gli stabilimenti sanitari erano 1412 comprendendo ospedali militari, ospedali civili, quelli della Croce Rossa, quello del Sovrano Ordine di Malta ed altri convalescenziari, per un totale di circa 300000 posti letto.

A Piacenza nel 1869 era stato inaugurato l’ Ospedale Militare veramente moderno non solo per quel tempo, ma anche in seguito. Per rendersi conto di quanta importanza si attribuisse ad un ospedale militare, dobbiamo considerare che il progetto di quello della nostra città fu modificato più volte, persino riguardo al collocamento topografico nell’ambito urbanistico, anche con l’intervento propositivo dell’Amministrazione comunale. Negli anni, l’ospedale si dimostrò sempre all’altezza del compito, non solo come edificio,  ma soprattutto per organizzazione sanitaria e generale 

( Diapositive n. 4,  5 ).

 La Grande Guerra mise a dura prova Piacenza ed il i suoi Ospedali, ormai tutti militari e la prova fu superata  in modo veramente encomiabile.  Dimostrazione di quanto appena affermato, le parole espresse dall’On. Armando Bussi in una lettera nella quale ricordò che ……”” A Piacenza noi assistemmo ad una vera resurrezione dei nostri ambienti ospitalieri vecchi e nuovi””,……e prosegue   “” ciò che era vecchio si rinnovò e si trasformò, i servizi che mancavano furono creati, ogni ospedale creato con trasformazioni di edifici preesistenti e costruito con altre finalità  subì il necessario adattamento, l’igiene ospitaliera e le norme sulla profilassi messe in pratica con ogni ausilio necessario, i reparti specialistici coordinati e potenziati, le sale chirurgiche completamente corredate, creato ex novo il reparto radiologico, selezionato il personale medico e di assistenza. In sintesi, creato un mondo organico dove la divisione del lavoro cospira ad un rendimento sommo di opere feconde.””  Ed a queste parole  segue l’elenco degli istituti già ospedalieri o che per tale funzione erano stati trasformati e potenziati. In quella lunga lettera però non veniva citata la grande, spontanea mobilitazione di tutta la città, anzi di tutta la provincia, nel concorso a collaborare con  le autorità della sanità militare. Riparò a questa omissione il Direttore dell’Ospedale militare principale, il Colonnello medico Scipione Rinaldi. Infatti, scorrendo le pagine del volume da lui prodotto, “ Gli ospedali militari di Piacenza dalla dichiarazione di guerra all’armistizio”, oltre ad elogiare l’operato del personale della sanità militare a tutti i livelli, mette in risalto la straordinaria mobilitazione di un grande numero di istituzioni pubbliche e private, alle quali è da aggiungere la Croce Rossa  degli Stati Uniti d’America che stabilì a Piacenza una Sezione verso la fine del 1917. Questo libro è un’autentica fonte di informazioni. Continuando su  Piacenza,  pur lontana dal  fronte si trovò inevitabilmente immersa nella guerra,     importantissima retrovia logistica e sanitaria. Situata al centro della pianura padana, nata come città militare quasi 2200 anni prima, svolse appieno il suo compito.

La  Grande Guerra, ormai è noto, coinvolse interamente la nazione italiana e nonostante i lutti e le ferite che dureranno a lungo, contribuì a rafforzare l’unità degli Italiani. I vari fronti sui quali si combatteva, vedevano troncata la vita di tanti soldati, ma vi erano anche molti feriti, da assistere e da curare, attraverso una organizzazione che consentisse di eseguire in tempi brevi il recupero e lo sgombero, la prestazione delle prime cure ed il trasporto nelle retrovie per i meno gravi ed il trasporto nei luoghi di cura per i più gravi. L’immagine della stazione con un treno ospedale che trasporta feriti raffigura un momento importante della vita degli ospedali militari piacentini: è’ il punto di arrivo di nuovi feriti e, per i guariti, di partenza per una meritata licenza di convalescenza.

( Diapositive n. 6, 7, 8, 9, 10, 11 )

 E’ anche il punto di arrivo o di smistamento di prigionieri feriti e di profughi dalle province direttamente interessate dal conflitto, ma anche di familiari che vengono a visitare i propri cari ricoverati. Vi sono nuovi tipi di danni al corpo: alle ferite da schegge, più terribili che in passato perché provocano orribili mutilazioni, o da onda d’urto o da baionetta, si aggiungono quelle prodotte dagli aggressivi chimici, ferite difficili da affrontare.

Piacenza con i suoi ospedali si trovò a fronteggiare questa situazione, di vera emergenza. potenziando i laboratori di analisi chimiche e batteriologiche, peraltro al servizio anche di altri enti militari del presidio; fu impiantato, per la prima volta, il gabinetto radiologico. Tutto questo avvenne rapidamente e con risultati molto positivi sia quantitativamente che qualitativamente

(  70000 esami dei vari laboratori da maggio 1915 a novembre 1918  ).

Ciò che bisogna sottolineare, è il fatto che l’Ospedale militare centrale, oltre a ricoverare contemporaneamente 600 feriti nei propri reparti, inclusi gli infettivi e quelli affetti da neuropatie, provvide ad organizzare e coordinare altri  ospedali sussidiari, di riserva e contumaciali in tutta la provincia ed anche fuori, includendo nell’elenco anche Salsomaggiore. Oltre a ciò si dovettero creare, preparare ed inviare sui vari fronti intere sezioni di ospedali e veri ospedali da campo, incluso il personale per farli funzionare. Gli Ufficiali medici inviati con i materiali furono 136 e 16 i cappellani militari

( Diapositive n. 12, 13, 14, 15 ).

Trascurando le cifre di dettaglio e considerando solo il riepilogo generale dei ricoverati e curati, per il periodo compreso fra maggio 1915 e novembre 1918, con buona approssimazione, i dati sono riportati sulla  Diapositiva n. 12: quello che si riferisce alle osservazioni riguarda quelle effettuate dalle commissioni mediche istituite per valutare l’idoneità al servizio di quei soldati che richiedevano l’esonero a seguito di ferite invalidanti, ma anche per altri motivi addotti per cercare di non ritornare più al fronte. Non bisogna dimenticare che in una Italia prevalentemente agricola, i contadini vedevano nella guerra la perdita di raccolti, per i campi si trattava della perdita tante volte definitiva di braccia per lavorare: comprensibile che per sottrarsi all’obbligo o per tornare finalmente ai propri affetti qualcuno si inventasse anche patologie inesistenti.

Vediamo ora l’organizzazione sanitaria e qualche immagine d’epoca di alcuni ospedali, fra i quali qualche edificio scolastico certamente ben conosciuto da molti piacentini che vi hanno trascorso alcuni anni  ( Diapositive n. 16 e 17 ).

 

Dentro ed intorno a  queste strutture prestarono preziosa opera schiere di persone, militari e civili, questi specialmente delle più diverse istituzioni pubbliche e private, alcune sorte a causa della guerra. Vediamo chi sono e probabilmente l’elenco è incompleto  (  Fino al  termine dell’elenco utilizzare le diapositive da n. 18 a n. 35 ):

- I militari, dagli ufficiali medici ai chimici, ai farmacisti, agli analisti, agli ufficiali delle varie armi   

   e di amministrazione, ai sottufficiali, ai soldati di sanità. Insieme a loro  garantirono una costante  

   assistenza non solo spirituale, i Cappellani militari.

- La Croce Rossa Italiana, con sede presso l’Alberoni, trasformato anch’esso in ospedale  militare.

- La Croce Rossa Americana ( dal 1917 ) con sede a Palazzo Scotti da Sarmato e depositi presso il  

   Teatro    Municipale.

-  La Pubblica Assistenza Croce Bianca.

-  Le Suore dei vari ordini a seconda della località ove era situato un ospedale: le Figlie di San

   Vincenzo de Paoli, le suore di Sant’Anna, le Ancelle della carità, le Missionarie del Sacro 

   Cuore.

 

 Da elogiare le istituzioni, associazioni e comitati spontanei costituiti da cittadini di ogni strato sociale, prevalentemente donne, ed i pochi uomini rimasti, anziani, od inabili per il servizio militare.

Da ricordare:

-   La scuola samaritana, con sede centrale a Roma ed una sezione a Piacenza.       

     Numerosissime le donne che solo dopo aver conseguita la prescritta abilitazione, possono

      Assistere e curare i feriti.

-    Ufficio notizie e dame visitatrici: una organizzazione molto articolata che si occupa

      di tenere vari schedari con nominativi ed indirizzi, per assicurare i contatti con le  

      famiglie dei feriti e dei profughi. Non manca anche la più amorevole  assistenza.

-    Il Comitato pro mutilati.

-        Il Comitato pro feriti.

-        Le Signore visitatrici, presenti in quasi tutte le località.

 

E’ da sottolineare anche il ruolo delle Amministrazione comunali, che mai si tirarono indietro in quei giorni tragici, agevolando l’opera del Direttore dell’Ospedale Militare. Per ultimi, ma solo in ordine di citazione, i tantissimi cittadini che in varia misura, in ragione delle capacità e risorse di ciascuno, svolsero un importantissimo ruolo di accoglienza e di sostegno nei confronti dei feriti e delle famiglie in difficoltà, specialmente economiche, a causa della guerra.

 Infine due attività molto importanti svolte dagli ospedali militari:

la riabilitazione, praticata presso l’ospedale Kinesiterapico, ovvero la scuola Giordani, che non si

    limitava solo a restituire  per quanto possibile l’autonomia ai  rimasti invalidi, ma anche a  

    preparare, chi lo volesse, ad  essere abile per un determinato lavoro manuale ( Diapositiva n 33 );  

la scuola elementare. L’analfabetismo era molto diffuso in Italia ( circa  

    il 40% dei maschi ). Per aiutare i convalescenti ed i guariti, fu istituita una scuola presso  

    l’Ospedale centrale che portò molti ricoverati, al termine della convalescenza, a saper leggere e  

    scrivere.  

 

Terminata la guerra, l’Ospedale militare dovette gestire la chiusura di quelli sussidiari, non prima di aver affrontato l’epidemia di influenza “spagnola”, diciamo anche agevolmente perché era organizzato per il tempo di guerra.

Ma con il tempo di pace si può dire che fin da allora l’ospedale militare di Piacenza dovette vivere periodi di alterna fortuna. Infatti dopo essere stato messo alle dipendenze del corpo d’Armata di Genova, successivamente fu declassato ad Ospedale Militare Secondario – e sì che Piacenza era una città militare da sempre – per cui non è comprensibile una tale decisione. In tale condizione dipendeva dalla Direzione di Sanità del III corpo d’Armata di Milano. Nel 1922, altro cambio di denominazione, ma non di sostanza, divenendo Ospedale Militare Succursale.

Durante la seconda guerra mondiale l’Ospedale, quale Centro di mobilitazione, svolse le funzioni che le erano state proprie nella Grande Guerra, relativamente al rifornimento di mezzi speciali e materiali perle Grandi Unità operative e per altri ospedali e simili nel territorio nazionale. In realtà divenne uno degli ospedali militari più importanti nel territorio nazionale. Infatti alle sue dipendenze vi erano gli ospedali di Cremona, Fidenza, Reggio Emilia, Salsomaggiore – un territorio ancorapiù ampio che nel 1915 – 18. Inoltre aveva alle dipendenze anche gli ospedali per i prigionieri di guerra alleati presso i Collegi Morigi ed Alberoni. Dopo l’armistizio, il personale dell’ospedale si adoperò per evitare la spoliazione delle attrezzature sanitarie da parte di tedeschi, ma finita la guerra, fu dipsosta la soppressione dell’Ospedale Militare di Piacenza e  contemporaneamente ( in Italia certe cose accadono di frequente ) sostituì nelle funzioni ospedaliere  gli Ospedali Militari di Bologna e di Ancona, gravemente danneggiati durante la guerra. La soppressione quindi fu evitata, ma la nuova denominazione fu quella di Sezione ospedaliera  alle dipendenze dall’Ospedale Militare di Bologna, nel VI Comando Militare Territoriale, continuando comunque a fare quello che faceva prima, cioè l’ospedale come in precedenza, salvo la denominazione, direi anche umiliante. Ne 1951, ancora peggio, divenne Infermeria presidiarla, con una Commissione medica dedicata ai militari in congedo richiedenti la pensione di guerra. Finalmente nel 1956 ridivenne Ospedale Militare di Piacenza che consentì il potenziamento in personale ed attrezzature e strumentazione, ulteriormente incrementate dal 1966  con la creazione di gabinetti specialistici e l’avvio di convenzioni con medici civili ( Diapositive 34 e 35 ).

 Per dare un’idea dell’attività in questo periodo d’oro dopo la seconda guerra mondiale, l’Ospedale era dotato aveva una capacità di 600 posti letto e mediamente un flusso, per ricoveri  per cura, di varia durata, di quasi 2000 militari di ogni ordine e grado, inclusi dipendenti di altre forze armate e corpi armati dello stato. A questi bisogna aggiungere  i circa  3550 iscritti alla leva che venivano ospitati in osservazione. E’ evidente che anche in tempo di pace l’Ospedale Militare era uno strumento sanitario militare molto importante.

Ma,con il mutare dei tempi, la diminuzione nel numero del contigente militare italiano,  si profilava nuovamente il ridimensionamento dell’ospedale, ed è ciò che avvenne nel 1979, quando fu ristrutturato nelle funzioni, divenendo Centro Militare di Medicina Legale conservando tuttavia una capacita di ricovero per osservazione ed eventuale cura, per 50 posti letto, fino all’agosto 1989.

Citando i dati riferiti a quell’anno,  il centro medico Legale ha ricoverato 809 persone, corrispondenti a 1710 giorni di degenza, mentre nel reparto di osservazione i ricoverati sono stati 16587 per un totale di 38493 giorni di degenza. Mi sembrano numeri molto significativi, se a questi aggiungiamo le visite ambulatoriali generiche e quelle specialistiche e quelli dei laboratori. Ad esempio,il gabinetto di analisi ha svolto 33680 analisi, ma i numeri complessivi, che risparmio, sono veramente molto alti, e tutti corrispondenti all’attività di personale di grande professionalità.

Il Centro Medico Legale Militare è rimasto operante fino alla primavera del 1997 e prima di allora, nelle varie fasi del suo graduale declassamento, poche voci  ( e mi riferisco alla classe politica locale, amministrativa e parlamentare ) si sono sollevate a difesa della conservazione di un Ente che con la città ha sempre avuto un rapporto positivo. Ma quella che definisco la tensione costante per ottenere la cessione delle aree militari, che tanto avevano giovato all’economia piacentina, difficile dimostrare il contrario, ha offuscato la visione del futuro in particolare riguardo all’Ospedale Militare. Un esempio per tutti: l’Ospedale Militare del Celio a Roma, oggi denominato Policlinico Militare, da molti anni non si occupa più solo di militari, ma anche di civili,  contribuendo in tal modo a soddisfare le esigenze della sanità della capitale. A mio giudizio questo sarebbe stato naturalmente possibile anche a Piacenza. Chi aveva definito rudere l’Ospedale

Eugenio Gentile

Piacenza 11 ottobre 2015