Bollettino storico piacentino. Notiziario dall'Archivio di Stato

BSP 1/2012

Dall’Archivio di Stato

Il labirinto e il filo di Arianna. Come muoversi tra carte confuse e disperse. Guida al fondo Scotti Douglas di Fombio e Sarmato

Finalmente, dopo un lungo lavoro di ricognizine degli strumenti di corredo esistenti e di inventariazione dei fondi senza mezzi di ricerca, è finalmente accessibile agli studiosi l’archivio Scotti Douglas dinFombio e Sarmato. Il lavoro è stato effettuato dalle archiviste Valentina Inzani e Elena Nironi, grazie ad un finanziamento della Fonfdazione di Piacenza e Vigevano nell’ambito del progetto pluriennale Storie di casa. La guida redatta dalle due professioniste dà conto dell’analisi del fondo analizzato nella sua totalità e nella sua complessità nel tentativo di stendere un filo virtuale che orientasse tra le carte per guidare l’utente nel labirinto della documentazione, del suo sedimentarsi nel tempo e del sovrapporsi degli svariati interventi operati dagli archivisti di ieri e di oggi. Il fondo Scotti Douglas di Fombio e di Sarmato è costituito complessivamente da 802 buste, che conservano atti singoli e registri per lo più cartacei, e da 13 scatole, che conservano 959 unità membranacee. Questo archivio è nato dalla confluenza del ramo degli Scotti di Sarmato in quello degli Scotti di Fombio nella seconda metà del sec. XIX, in seguito al matrimonio della contessa Isabella di Sarmato con il conte Guglielmo di Fombio. Dal punto di vista archivistico, in particolare, questo matrimonio sancì il convergere dell’archivio del ramo di Sarmato, o comunque di buona parte di esso, nell’archivio del ramo di Fombio. Non è possibile affermare con certezza se, come è probabile, i due archivi rimanessero, almeno in un primo tempo, ben distinti, come ben distinta dovette rimanere la gestione dei patrimoni. Il fondo Scotti Douglas di Fombio e di Sarmato è infatti attualmente conservato presso l’Archivio di Stato di Piacenza, in virtù di due convenzioni di deposito: la prima, sottoscritta in data 27 febbraio 1969 da Laura e Giuseppe Feltrinelli, unici eredi della contessa Isabella Scotti Douglas di Fombio, riguarda la parte più consistente del fondo chein un primo tempo, fu collocato temporaneamente presso la sede dell’Archivio Storico Comunale, e successivamente trasferito definitivamente presso i locali dell’Archivio di Stato; la seconda convenzione di deposito, datata 27 dicembre 1978 e sottoscritta da Vincenzo e Lamberto Repetti, si riferisce a sei buste riguardanti i beni di Pradovera che vanno ad integrare l’Archivio Scotti di Fombio. Già dalla convenzione del 1969 emerge come non sia stata possibile «la definitiva determinazione della quantità ed esatta natura del materiale» ed inoltre si sottolinea che «L’archivio verrà consegnato nell’attuale stato di ordinamento e di conservazione che non consente un’esatta determinazione ed identificazione del materiale». I documenti coprono un arco cronologico che va dal sec. XIII, con copie di documenti anche dei secoli precedenti, fino al sec. XX. Il più antico documento del fondo è in copia del sec. XIV, ma è datato 712 (o 713). Si tratta della donazione di Liutprando, re dei Longobardi, al monastero di San Pietro in Ciel d’Oro comprendente anche i beni Fombio, già riconosciuto come falso. Il fondo è solo parzialmente ordinato e inventariato ed è suddiviso in dodici partizioni, tutte chiamate, in alcuni casi impropriamente, serie, che solo in parte sono corredate da strumenti di corredo utilizzabili per la ricerca. La documentazione priva di strumenti di ricerca, conservata in buste dall’apparenza ordinata, in realtà giace alla rinfusa in miscellanee che mescolano documenti di varie epoche e di varie provenienze (dall’Archivio degli Scotti Douglas di Fombio, da quello di Sarmato, da altre partizioni). Ad esempio è stato redatto un elenco analitico delle pergamene che costituiscono un gruppo di 522 documenti per lo più membranacei, ma che comprendono anche alcuni documenti cartacei, costituisce la serie delle Pergamene, dalla seconda metà del XII secolo al XVI secolo. A completamento dell’intervento è stato redatto un prospetto topografico. (Anna Riva)

 «I tramvieri piacentini ai loro caduti»

Nelle ricerche in preparazione della mostra Ragazzi. Piacentini alla guerra del ’15-’18 tenuta presso l’Archivio di Stato (vedi il Notiziario sul «Bollettino» 2/2011) è stata riscoperta una lapide commemorativa, che ci si è impegnati a tutelare una volta venuti casualmente a conoscenza della sua esistenza e delle precarie condizioni di conservazione. Si tratta di uno scatolare in bronzo che si trovava nell’attuale area vincolata denominata Ex deposito SIFT adiacente al complesso di Borgo Faxhall; in accordo con la società Immobiliare Piazzale Roma proprietaria dell’area e con le due Soprintendenze competenti, esso è stato rimosso dalla ditta Gregori Gaetano con la supervisione dell’architetto Loredana Mazzocchi. L’opera è dedicata a sei tramvieri caduti nella Grande Guerra; Corbellini Arturo, Mancassola Silvio, Pozzoli Angelo, Sacchetti Ismaele, Scrivani Giuseppe, Tosca Alberto: nell’Albo ufficiale dei caduti – che sappiamo lacunoso − non sono riportati e non sappiamo neppure a quale azienda appartenessero, ma, trattandosi di tramvieri, verrebbe da pensare alla ditta Alberto Laviosa, attiva dal 1907, piuttosto che alla Società italiana di ferrovie e tramvie (SIFT) concessionaria di alcune linee di trasporti nella provincia di Piacenza dal 1906 al 1933, a meno che non appartengano addirittura alle ferrotranvie statalizzate, le Ferrovie dello Stato. L’autore, Ugo Rancati (1895-1976), pittore e scultore, studiò all’Istituto Gazzola di Piacenza sotto la guida di Ghittoni e a Milano a Brera; lavorò principalmente a Piacenza e a Sassari, ove insegnò per molti anni scultura presso la scuola d’arte. Le immagini e maggiori informazioni sul sito <http://www.piacenzaprimogenita150.it>. Insieme a questa è stata recuperata una seconda lapide in marmo relativa ai ferrovieri caduti nella Seconda Guerra Mondiale; essa è spezzata in più parti e si conta di ricomporla grazie alla generosità di una restauratrice piacentina. I due cimeli sono attualmente depositati presso l’Archivio di Stato. (Gian Paolo Bulla)


Tesi di laurea d’interesse piacentino

- Alex Traversi, Il 1848 a Piacenza. I perché di un divorzio, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in arti letterarie e musicali dal Medioevo all’Età contemporanea, a.a. 2010-2011, rel. Prof. Piergiovanni Genovesi. La tesi affronta il tema dei moti del 1848 a Piacenza e il progressivo distacco dalla capitale del Ducato, partendo dalla constatazione che la storiografia, anche recente, che si è occupata della rivoluzione del 1848 a Piacenza ha sottovalutato l’impatto della rivalità con Parma nella decisione di aderire al Piemonte. Cesare Di Palma motiva il divorzio con il convinto patriottismo dei piacentini, che li avrebbe indotti a battersi strenuamente per la nascita di uno stato italiano. Solo dopo aver constatato la tiepidezza di Parma nei confronti degli ideali patriottici, Piacenza avrebbe deciso per la scissione. Per guadagnare un’adesione realmente trasversale, di popolo, alla causa piemontese, era necessario fare leva sui sentimenti condivisi della maggioranza della popolazione: il cattolicesimo, attraverso la valorizzazione in chiave patriottica della figura di Po IX; l’odio per i soldati austriaci, comune denominatore dell’intera popolazione, talmente forte da non richiedere interventi propagandistici per intensificarlo; e l’astio nei confronti della mai amata città sorella, la prevaricatrice Parma; nel nuovo Stato i torti patiti per mano di Parma sarebbero stati riparati e Piacenza si sarebbe liberata della tirannia della capitale del ducato. L’A. sottolinea come, negli oltre trent’anni che intercorrono tra il congresso di Vienna e le rivoluzioni del ’48 l’incidenza destabilizzante del municipalismo fosse sfuggita anche agli occhi non sempre vigili del potere ducale, proprio perché il municipalismo è un elemento dagli effetti trascurabili nell’immediato, ma con una potenza disgregatrice che si dispiega nel lungo periodo e, in effetti, la prorompente capacità distruttiva dei dissidi locali si palesò proprio con i moti del 1848. Pur non negando l’esistenza dell’afflato patriottico che innegabilmente pervadeva il ducato piacentino, l’A. evidenzia che nazionalismo, proselitismo piemontese, intransigenza antiducale e una fortunata congiuntura diplomatica fecero sì che il ricordo dell’ondivago Carlo Alberto fossedefinitavente accantonato. Nella prima parte del lavoro sono passati in rassegna i motivi del malcontento di Piacenza nei confronti della capitale del ducato, già emersi nella fase della Restaurazione, ravvisando uno strappo graduale tra governo e società. Se prima della rivoluzione del 1831, infatti, il malcontento piacentino non mse in dubbio le strutture statali esistenti, in quell’anno la malricompensata fedeltà piacentina alienò al potere pubblico le simpatie dei notabili, mentre la crisi granaria del biennio 1846-1847 comportò il distacco delle classi popolari. Attraverso l’esame di documentazione inedita e la reinterpretazione di materiali editi, l’A. fa riaffiorare quegli indizi che rivelano la spinta impressa dall'antagonismo con Parma all’unione di Piacenza con il regno di Sardegna. Completano la tesi una Appendice documentaria dedicata alle iscrizioni inneggianti a Pio IX, antigovernative, antiaustriache, antigesuitiche, contro la polizia e la magistratura; la Bibliografia e l’elenco delle Fonti utilizzate. Copia della tesi e depositata e consultabile presso l’Archivio di Stato di Piacenza (Anna Riva).